A tu per tu con Marco Ramondino: “Contento di questo avvio di stagione, la squadra ha mentalità” – IL CIRIACO

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Partito da Avellino, dove era tra i protetti di Luca Dalmonte e Menotti Sanfilippo quando la Scandone venne promossa in massima serie, Marco Ramondino gira da ormai dieci anni lo Stivale per allenare. I risultati raccolti dal coach irpino sono stati notevoli, sia dal punto di vista dei collettivi allenati che sotto il profilo personale, con un premio come miglior coach della stagione 2017/2018  che ha portato il suo nome alla ribalta.

Quest’anno, arrivato alla terza stagione alla guida di Tortona, Ramondino sta vivendo un momento di grazia, con un avvio da 11 vittorie e 0 sconfitte. Abbiamo intercettato il coach per parlare del suo presente e del futuro del movimento italiano.

In queste prime 11 partite avete avuto un avvio perfetto, senza sconfitte. Cosa vi ha permesso di stare così in alto?

Sul piano dei risultati sta andando tutto oltre le aspettative. La cosa molto positiva è che non è stato comunque un percorso facile o privo di problemi: tra casi Covid e infortuni normali abbiamo dovuto fronteggiare situazioni di emergenza e ci fa piacere vedere la compattezza che la squadra dimostra. All’inizio dell’anno, dalla prima riunione, ci siamo detti che dovevamo avere una mentalità forte, che ci facesse avere capacità di adattamento e non ci facesse cercare scuse. Trovare il modo di risolvere le situazione quando ci sono problemi è fondamentale per noi. Sapevamo che questa stagione sarebbe stata problematica per tutti, perché non è  lineare e le insidie sono sempre dietro l’angolo”.

Un inizio del genere, però, fa pensare ad una promozione. È un obiettivo?

“È una cosa che il club ha in testa. La promozione non era certo l’obiettivo ad inizio stagione, ma ci eravamo prefissati di riuscire a fare un passo in avanti rispetto allo scorso anno. Stare al massimo livello del campionato era il nostro obiettivo. Ora è chiaro che vogliamo ottenere il massimo possibile dalle condizioni che si sono create, ma dall’alto delle esperienze fatte posso dire che andando avanti nella stagione e arrivando ai playoff ci troveremo davanti ad un animale diverso. La stagione regolare è però fondamentale per arrivare pronti a quelle partite. Non si può pensare di arrivare ai playoff e premere un interruttore che cambi il modo di fare determinate cose, bisogna lavorarci con costanza. Dobbiamo costruire un gioco solido, di squadra, e avere la capacità di sopravvivere agli infortuni, ai problemi di falli, alle giornate storte. Ai playoff non c’è tempo di costruire o lavorare, bisogna solo giocare”.

Finora lei ha avuto tante esperienze in A2, molte davvero entusiasmanti e con importanti traguardi anche a livello personale, come il titolo di miglior coach della stagione vinto quando allenava Casale. Come mai non è ancora arrivata un’occasione in massima serie?

“Questa è una domanda che non bisognerebbe fare a me. Io non posso fare valutazioni su me stesso, ma posso asserire di essere contento di quello che ho fatto, dall’anno a Veroli, passando per i 4 stupendi anni a Casale fino ad arrivare a questa esperienza sempre in crescendo. Certo non posso dire di essere ancora completamente appagato sul piano personale, ma la mia mentalità è quella di fare il massimo per il club dove sono, anche oltre il campo: è importante che chi arrivi dopo di me trovi un contesto professionale e con cultura del lavoro. L’esperienza in A1 non è ancora arrivata, ma non è un problema per ora”.

Venendo al movimento Italiano, negli scorsi giorni Gandini ha affrontato temi molto delicati come il Diritto sportivo e ha lanciato l’idea di imporre dei paletti per la partecipazione alla A1. Lei che ne pensa?

“Sono assolutamente d’accordo con quello che ha esposto Gandini. Il vertice deve essere selettivo. Quindici anni fa Belgio e Germania erano serbatoi per la nostra A2, oggi sono leghe più blasonate della nostra. Abbiamo perso un po’ di terreno e questo deve farci riflettere. Come devi farci pensare la situazione creatasi per cui in Italia ci sia necessità di una regola che costringa all’organizzazione. Tutti dovrebbero rendersi conto che l’organizzazione è tutto, è una base su cui si installa il progetto tecnico. La vera domanda è: perché abbiamo bisogno di regole e parametri per fare questo tipo di cose?”.

Se il vertice deve essere selettivo, come si dovrebbe invece intervenire ai piani cosiddetti inferiori? Ci sono forse troppe squadre in A2 e B?

“Strutturando il sistema basket incentivando il lavoro alla base, di conseguenza quello che arriverà alla punta della piramide avrà una qualità maggiore e sarà sostenibile. Il numero delle squadre, a quel punto, non sarà un problema perché sarà supportato da una base numerica e qualitativa tale che tutto sia sostenibile. In questo momento il numero delle squadre ci sembra alto perché c’è questa sensazione di affanno, ma lavorando sulla base questa sensazione credo possa passare”.

Nella sua visione, dunque, bisogna intervenire sulle fondamenta per poi salire piano per piano fino alla serie A.

“È giusto che il campionato di serie A mantenga dei paletti perché è la vetrina del nostro movimento, è quello che facciamo vedere anche all’esterno. Esclusa la massima serie, quindi, il problema non deve essere su come si strutturano A2 e B, ma su come si incentivano le società a fare settore giovanile, come miglioriamo la formazione degli istruttori. Migliorando la qualità del movimento poi tutti ne beneficeranno, anche la serie A. La cosa certa, però, è che bisogna ragionare su un arco temporale molto lungo, come è stato fatto ad esempio in Germania”.

Nei mesi scorsi, però, complice la pandemia, erano stati annunciati grandi cambiamenti. Lei come crede si sia mossa la FIP?

“Io non noto grandi differenze rispetto a prima. Ma a mio avviso non è una pandemia a doverti far venire un’idea. C’erano degli input che il momento dettava, ma erano appunto circostanziali. Sicuramente la decisione di avere Gandini è una cosa importante, perché è una persona capace e molto stimata, sia tra i proprietari che tra i dirigenti e gli allenatori. C’è una cosa nella quale credo tanto, ovvero che i veri miglioramenti nascono quando gli input non vengono dall’esterno. Non c’è bisogno necessariamente di una regola da parte della Lega per iniziare a fare le cose nel modo giusto. Dobbiamo tutti capire che bisogna crescere e strutturarci perché il risultato del campo non sia l’unica fonte di soddisfazione. L’organizzazione serve soprattutto per i momenti difficili, quelli in cui i risultati non arrivano. Se non troviamo delle motivazioni interne, tutti questi input andranno sempre persi”.

 

 



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