
Nessun accesso abusivo, nessuna violazione delle procedure, nessun abuso del suo status di medico, ma soprattutto nessuna persona contagiata a causa sua o della moglie. Si chiude con l’archiviazione il procedimento disciplinare avviato dall’Asl a carico del ginecologo dell’ospedale “Frangipane” di Ariano Irpino, finito al centro delle critiche prima del lockdown quando accompagnò la moglie al pronto soccorso, a causa di una tosse stizzosa che presentava da un paio di giorni.
Secondo l’Asl il medico, in quell’occasione, avrebbe violato i protocolli di accesso approfittando del suo status di medico. La vicenda ebbe una risonanza mediatica elevata, ma la ricostruzione di quei momenti effettuata dal suo avvocato difensore, Carlo Frasca, ha praticamente smentito tutte quelle illazioni che avevano minato la credibilità e la professionalità dell’uomo. Per lui, l’Asl, aveva chiesto la sospensione dal servizio per 6 mesi, compreso lo stipendio per lo stesso periodo. «Dalle documentazioni che abbiamo raccolto, non risulta nessuna violazione che viene addebitata dall’Asl», spiega l’avvocato Frasca. «Innanzitutto precisiamo che nessuna persona venuta in contatto con lui o con la moglie, tra personale sanitario e altri utenti, venne contagiata. E questo risulta dalla documentazione», sottolinea il legale prima di chiarire i passaggi fondamentali di quella vicenda.
Una delle contestazioni mosse al ginecologo, fu di aver praticamente saltato la fila, bypassando la tenda del pre-triage per accedere direttamente al pronto soccorso. «Nulla di tutto ciò, anche perché, elemento importante, quel giorno la tenda del pre-triage non era ancora ancora in funzione. Era stata solo montata, ma era ancora chiusa. Insomma non era operativa». Nessuna violazione, dunque, anche perché diventa materialmente impossibile violare un qualcosa che non esiste, ma la ricostruzione di quegli attimi fa emergere tutta la regolarità nella procedura seguita dal ginecologo che, in quel momento non si trovava in servizio, altra cosa che gli era stata contestata. Tutto parte dalla telefonata che effettuò verso la Guardia Medica perché la moglie presentava sintomi di tosse stizzosa, lo stesso medico di guardia le fissò una radiografia al torace. Da qui la corsa verso il pronto soccorso dove, il ginecologo e la moglie, poterono accedere solo dopo aver citofonato ed essere stati autorizzati dalla guardia giurata. «La porta di accesso al pronto soccorso, non si poteva entrare liberamente», sottolinea l’avvocato Frasca.
Dopo l’ingresso donna venne sottoposta al triage ordinario seguendo quindi la procedura prevista e, alla misurazione della temperatura, risultò una febbre pari a 37 gradi. «Una temperatura del genere non dà ambito ad alcun attenzionamento, visto che il limite è di 37,5 gradi secondo le disposizioni vigenti», ricorda il legale. La donna, quindi venne sottoposta a radiografia da cui emerse una ipodensità polmonare per poi essere trasferita al Moscati nel reparto malattie infettive. Solo qui le fu diagnosticata un’infezione da Covid, cosa che non avvenne al “Frangipane” anche perché mancavano tutti i sintomi necessari, tra temperatura corporea che risultava inferiore ai 37,5% e saturazione polmonare pari a 96% ben superiore al limite del 90%. Anche allo stesso ginecologo venne diagnosticato il Covid, ma solo qualche giorno dopo, e già si trovava in autoisolamento.
«Non ci fu nessuna violazione da parte del ginecologo – ribadisce l’avvocato Frasca. Anzi possiamo dire che si comportò in maniera esemplare e da marito premuroso». Lo stesso collegio disciplinare dell’Asl ha riconosciuto la regolarità della procedura seguita dal medico, attestata sia dai tabulati telefonici, da cui si evince la telefonata alla Guardia Medica, che dalla scheda del pronto soccorso, in cui trova conferma la tesi sostenuta dal suo avvocato difensore.
