
Federica e Claudia sono due mamme di bambini autistici che hanno deciso di contribuire alla diffusione della conoscenza e della consapevolezza di cosa voglia dire essere affetti da sindrome dello spettro autistico. Così Federica Saporito e Claudia Garofalo, si sono inventate un anno fa il metodo adatto per arrivare ai più piccoli, ma anche agli adulti: raccontare l’autismo attraverso le fiabe. Un esperimento che vede già tre pubblicazioni, “Il fiorellino e il vecchio saggio”, “la tartaruga con il cappello” e “La stellina che si nascondeva dietro la nuvola” che racconta ai bambini la battaglia contro il Covid, e che in questi mesi di pandemia è diventato contenuto della didattica a distanza per gli alunni della scuola dell’infanzia e della primaria dell’Istituto “Dorso” di Mercogliano.
«L’idea è nata un anno fa quando in classe di mia figlia Martina, che all’epoca era ancora all’asilo, pur volendole tutti molto bene, non riuscivano a comprendere il perché del suo comportamento. Ad una festa di compleanno di un’amichetta, i bimbi dicevano che Martina non parlava ancora perché era piccolina. E in realtà erano stati gli adulti a dirgli così, perché non sapevano come spiegare loro che mia figlia soffriva di sindrome dello spettro autistico. Questa cosa non mi sembrò giusta, né per i bambini autistici, né per tutti gli altri. Pensai che continuare a nascondere l’autismo avrebbe significato far crescere quei ragazzini senza la consapevolezza di quello che significa avere un compagno di classe autistico. La favola mi è sembrato il modo più semplice per far comprendere il concetto di inclusione verso i loro coetanei speciali. Iniziai leggendo la prima favola in classe di Martina. Poi ho conosciuto Claudia, mamma di Alessio che frequentava una classe attigua a quella di mia figlia, ed è nata l’idea di iniziare questa campagna di informazione e sensibilizzazione sull’autismo indirizzata ai bambini delle scuole elementari» racconta Federica Saporito.
Favole, ma anche giochi e canzoncine. «Per un anno abbiamo girato diverse scuole, poi è arrivato il Covid, la chiusura delle scuole, e le nostre letture si sono dovute bloccare. Nel frattempo abbiamo portato avanti altre iniziative, come quella della panchina blu, della manina blu nei negozi e del laccetto blu nei supermercati, per mantenere vivo il discorso di diffusione della consapevolezza sull’autismo, di cui c’è tanto bisogno. Durante una di queste iniziative, c’erano bambini e anziani che ci ponevano le stesse identiche domande, “si guarisce?”, “c’è una medicina?”. Quesiti che danno il senso di quanto poco nel 2020 si conosca l’autismo. Poi, soprattutto grazie alla scuola di Mercogliano, abbiamo deciso di provare a riprendere il racconto delle fiabe intrufolandoci nella dad- continua Federica- All’inizio non senza qualche titubanza, perché è difficile mantenere l’attenzione dei bambini attraverso lo schermo di un computer o di un tablet. Poi con il passare del tempo invece abbiamo registrato reazioni più che positive. I bambini si sono molto divertiti, nelle classi dove ci sono alunni con autismo abbiamo cercato di improntare diversamente il discorso, insomma alla fine da mamme siamo diventate quasi “maestre”. Così ci chiamano gli alunni, e così siamo state trattate dalla scuola che ha messo a nostra disposizione la piattaforma istituzionale ed ogni giorno entravamo in un’aula virtuale con le nostre fiabe e le nostre canzoncine». Fiabe che in queste settimane molti stanno chiedono di acquistare per poterle regalare a Natale. «Più che di un vero e proprio acquisto, si tratta di un contributo alle iniziative della nostra associazione. In poco tempo abbiamo distribuito circa duecento favole, tramite la nostra pagina facebook sono arrivate richieste anche da Monza e Milano. E questo ci inorgoglisce».
Ma il vero regalo di Natale che i genitori di bambini autistici vorrebbero trovare sotto l’albero, è la ripresa dell’attività didattica in presenza a partire dal 7 gennaio. E Federica spiega bene il perché: «la dad per Martina ha significato un balzo indietro di almeno cinque anni rispetto ai progressi che aveva fatto. Non solo manca la parte inclusiva, e questo riguarda tutti i bambini, ma per i nostri figli viene meno anche la parte didattica perché non sono in grado di apprendere semplicemente perché qualcuno gli insegna a voce delle cose. Loro hanno bisogno di vedere quello che imparano, di essere aiutati anche fisicamente. La dad di Martina per me è diventata quasi un secondo lavoro, perché c’è bisogno di una presenza fisica al suo fianco mentre la maestra parla dallo schermo. Mi è capitato di dover gestire crisi comportamentali durante la lezione, dovute proprio al fatto che non sopportava la separazione dello schermo. Così come crisi di ansia, della bambina e, di conseguenza, anche mie e della maestra. Ho letto che il “Regina Margherita” è stato premiato dal Garante per i disabili per aver attivato progetti inclusivi per i bambini con difficoltà (leggi qui). Spero che sia un monito per tutte le scuole in vista del ritorno in classe a gennaio. Non possiamo essere dimenticati: il Covid, da causa della chiusura delle scuole, è diventato una scusa per lasciare i nostri figli a casa visto che tutte le ordinanza prevedono la possibilità di frequentare in presenza con l’insegnante di sostegno e proseguire così con il programma didattico. Martina da febbraio non va a scuola, e per una bambina che già impiega tempi biblici per imparare quello che i suoi coetanei riescono ad apprendere in un paio di settimane, perdere un anno scolastico significherà ritrovarsi con un divario enorme. E’ inutile dire che tutti i bambini sono uguali. Noi come mamme facciamo di tutto perché vogliamo che tutti conoscano le nostre difficoltà e, soprattutto, quelle dei nostri figli. E’ un modo per rendere consapevoli istituzioni, amministratori locali, dirigenti scolastici di una situazione che esiste. Ma la delusione è poi ritrovarsi magari di fronte ad un sindaco che non verifica se tutte le scuole abbiano o meno attivato progetti di inclusione in presenza per gli alunni con bisogni specifici educativi, dirigenti scolastici che si nascondono dietro al fatto che è difficile organizzarsi, ambiti di zona che dovrebbero fornire, anche da remoto, gli assistenti alla comunicazione e non attivano questo servizio, i bandi dell’Asl che non sono partiti, il centro per l’autismo di Valle più fermo di prima. Insomma, un anno di Covid sulle spalle di Martina e dei bambini autistici peserà quanto un quinquennio. L’unica speranza è che a gennaio si torni in aula e che Martina possa terminare la prima elementare in presenza».
