democrazia, potere e la responsabilità della Storia – Corriere dell’Irpinia

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di Rosa Bianco

Da un mese a questa parte, con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, il mondo assiste a un’accelerazione senza precedenti di un esercizio del potere che si vorrebbe assoluto. Decreti esecutivi imposti con rapidità, sanzioni come strumento di pressione politica, minacce mascherate da trattative, offerte d’acquisto che trasformano le relazioni tra Stati in una logica di mercato. Il paradigma che si delinea sembra più vicino a quello delle autocrazie, che non alla tradizione liberaldemocratica.

Ma non si tratta solo di Trump, né solo della guerra in Ucraina o della tragedia in Medio Oriente. Quello che è in gioco è l’assetto globale nato nel 1945, un ordine che, pur con tutte le sue contraddizioni, ha garantito per decenni un equilibrio fragile, ma funzionante. Oggi quell’ordine sembra sul punto di dissolversi, non solo per l’emergere di nuove potenze e conflitti, ma per la crisi profonda delle istituzioni democratiche occidentali, minate sia dall’interno che dall’esterno.

La crescita delle destre radicali in Europa e in America, l’avanzata di movimenti nazionalisti e sovranisti, il rafforzamento di AfD in Germania – un fenomeno che porta con sé spettri del passato – delineano un cambiamento epocale. Non si tratta solo di un ciclo politico, ma di una trasformazione più profonda della coscienza collettiva. La democrazia, intesa come pratica, non è mai stata garantita per sempre: è un’eccezione storica, un esperimento che ha bisogno di costante manutenzione. Eppure, oggi ci troviamo di fronte a una diffusa passività, un’indifferenza che sembra aver colpito anche le istituzioni sovranazionali. L’Unione Europea, nata come risposta ai disastri del XX secolo, appare paralizzata, incapace di una visione unitaria. Lo stesso Mario Draghi, con il suo appello al Parlamento europeo – “Fate qualcosa, non potete dire sempre no!” – ha messo in luce l’empasse di un continente, che sembra aver smarrito la sua direzione.

Di fronte a questo scenario, la questione fondamentale è di natura politico-speculativa: qual è la vera natura del potere? La politica, da sempre, oscilla tra due estremi: il modello hobbesiano, in cui lo Stato è un Leviatano che esercita il potere assoluto per garantire l’ordine, e il modello di Tocqueville, che vede nella democrazia un delicato equilibrio tra libertà e autorità, partecipazione e istituzioni.

Oggi assistiamo a un inquietante ritorno al paradigma hobbesiano, ma senza la sua razionalità. Hobbes giustificava il potere assoluto come antidoto al caos, come strumento per evitare la guerra di tutti contro tutti. Ma i nuovi autoritarismi, spesso mascherati da democrazie elettorali, non offrono nemmeno questa promessa di ordine: sono piuttosto forme di dominio basate sulla paura, sulla polarizzazione, sulla costruzione di nemici interni ed esterni. La democrazia, al contrario, vive di partecipazione, di senso civico, di memoria storica. Ed è proprio questa memoria che oggi sembra affievolirsi.

La crisi della memoria e il pericolo dell’oblio

La democrazia non è solo una struttura giuridica, ma una costruzione culturale. Senza la consapevolezza della Storia, senza la memoria delle lotte e delle conquiste del passato, essa diventa una scatola vuota, un guscio destinato a sgretolarsi. L’indebolimento della memoria collettiva è il primo passo verso la disgregazione della democrazia. Quando i popoli dimenticano da dove vengono, sono più vulnerabili alle seduzioni del potere autoritario, alle narrazioni semplicistiche, alle promesse di ordine e sicurezza a scapito della libertà.

La Storia ci insegna che le crisi della democrazia non avvengono mai all’improvviso: sono processi lenti, fatti di piccole rinunce, di normalizzazione dell’eccezione, di accettazione graduale di principi che un tempo sarebbero stati inaccettabili. Eppure, come ci ha insegnato Hannah Arendt, il male politico non si impone con gesti eclatanti, ma attraverso la sua “banalità”, attraverso la progressiva erosione del pensiero critico, dell’impegno civico, della responsabilità individuale.

Cosa resta?

E allora, di fronte a questo mondo in trasformazione, cosa resta?

Per noi italiani, resta la Costituzione, il nostro scudo e il nostro faro, nata dalla Resistenza e concepita per impedire il ritorno dell’autoritarismo. Una Costituzione che non è solo un testo giuridico, ma un progetto di società, un’idea di cittadinanza, basata sulla partecipazione e sulla dignità dell’individuo.

Resta la Memoria, il senso della Storia, che deve impedirci di ricadere negli errori del passato. Resta la consapevolezza che la democrazia non è un dato acquisito, ma una conquista quotidiana, che si difende non solo nelle urne, ma nella vita civile, nel dibattito pubblico, nella capacità di opporsi alle derive autoritarie prima che sia troppo tardi.

Resta, infine, la necessità di una nuova consapevolezza collettiva. Se la democrazia è il meno peggiore dei sistemi possibili, come diceva Churchill, allora è nostro dovere proteggerla dalle sue fragilità, rinnovarla nei suoi principi, renderla capace di rispondere alle sfide del nostro tempo. La libertà non è mai un’eredità garantita, ma una responsabilità che ogni generazione deve assumersi.

Oggi siamo di fronte a un bivio: possiamo accettare passivamente la dissoluzione dell’ordine democratico, oppure possiamo scegliere di difenderlo, sapendo che la storia non è mai scritta in anticipo, ma è fatta dalle azioni di chi non si arrende all’inerzia del tempo.



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