Pubblichiamo di seguito l’intervento del dirigente scolastico Gerardo Vespucci sul ruolo della cultura in Alta Irpinia e più in generale nelle aree interne. L’intervento si inserisce nel dibattito lanciato dal Corriere dell’Irpinia
di Gerardo Vespucci
Sulla Capitale della Cultura 2027 è finalmente calato il sipario, ed i clamori della piazza si sono spenti: com’era abbondantemente previsto, almeno da chi mastica di semplice politichese, concorrere contro Pordenone, amministrata da Fratelli d’Italia, era partecipare ad una gara impari, senza speranze (del resto, fosse stato ministro Sangiuliano, la Capitale della cultura 2027 sarebbe stata Pompei).
Ciò nonostante, più di qualcuno nella città dell’Alta Irpinia – non solo a Sant’Andrea – sperava nel ministro Irpino, ma si è capito subito che più di tanto, davvero, non poteva contare: essere Sant’Andrea di Conza nei primi dieci era stato il suo vero miracolo!
Per il mio trascorso politico e professionale, e per essere cittadino di Sant’Andrea oltre che attento osservatore delle dinamiche dell’Alta Irpinia, dovrei contestare troppe cose nel merito dell’argomento: l’assenza di informazione; la totale chiusura al confronto (pare che gli stessi consiglieri comunali non conoscano il dossier con le iniziative presentato a Roma!); il senso balordo di autosufficienza che ha portato ad escludere le poche forze (ancora) vive del paese; il ruolo inspiegabile da protagonisti di altri soggetti, di altri paesi; il compiacimento, misto a derisione, di altri sindaci del territorio verso l’iniziativa, in cui non sono stati coinvolti per nulla; la scoperta solo a parole, fuori luogo e fuori tempo, delle potenzialità dell’economia del turismo dell’Alta Irpinia.
Non lo farò. Mi fermo qui, essendo queste solo miserie e “de minimis non curat praetor”; anche perché nel frattempo la situazione sociale, economica e soprattutto demografica dell’Alta Irpinia sta raggiungendo livelli di non ritorno, e per davvero sta diventando esplosiva (come anche il PsZ di Lioni in questi giorni ha dovuto documentare: dal 2019 al 2024 la popolazione è passata da 60.117 a 56.845, con 3.272 in meno), e pertanto di ben altro bisogna parlare, inutile indugiare, maiora premunt!
Ed è per questo motivo che voglio provare a ragionare guardando in prospettiva, cercando le ragioni della speranza e non solo quelle del lamento: quindi, parliamo di cose un poco più elevate, paulo maiora canamus, dice Virgilio nel libro IV delle Bucoliche.
Ed allora, cominciamo col chiederci: tutto ciò che si chiama Cultura può davvero essere utile a risollevare i nostri paesini – quelli delle zone interne, irpine e non solo, quelle dell’osso, per capirci – ridotti al lumicino?
La risposta è – a mio avviso – sì, a patto, però, che si tengano presenti due aspetti essenziali: il primo riguarda il metodo, ossia bisogna avere chiaro che tutte le residue intelligenze presenti, come quelle dei 25 comuni dell’Area Pilota Alta Irpinia, devono essere coinvolte e realmente attivate; il secondo attiene al merito, per cui tutto ciò che si andrà ad organizzare deve contemplare sia un ampliamento delle occasioni di lavoro – e di nuovi lavori, possibilmente – e sia un arricchimento della qualità della vita della popolazione, dei giovani in primo luogo.
Insomma: teatro; musica; cinema; letteratura e poesia; scienza; mostre di grafica, pittura scultura e artigianato; sport; animazione; beni culturali; musei; riti e miti; agricoltura; gastronomia e civiltà materiale. Ogni attività può servire!
Ma il tutto deve essere coordinato e finalizzato a rivitalizzare i nostri tristi paesi che vengono abbandonati soprattutto dai giovani – laureati e diplomati – anche quando ci sarebbe possibilità di lavorare in loco, solo perché, per lunghi mesi – dall’autunno inoltrato alla fine di aprile -, mancano le possibilità di vivere in loco quelle stesse emozioni che si offrono ad un coetaneo di altre latitudini!
Si dirà che anche queste affermazioni sono ovvie e risapute: le abbiamo già sentite, senza risultati accettabili.
Qualcuno potrebbe articolarle anche meglio, con linguaggio più consono, evitando le parole buone per ogni occasione: ma anche esse, nel migliore dei casi, rischiano di essere solo buone intenzioni, flatus vocis, e, come sempre, impotenti.
Cosa dovrebbe allora accadere per scongiurare questo ennesimo sforzo retorico e dare davvero inizio ad un rinascimento, anche se piccolo?
Mosso da questo assillo, cerco di immaginare quello che debba e possa accadere; ed ecco perché contro ogni speranza oso sperare: mi illudo, cioè, di offrire proposte realizzabili, facendo appello alla mia esperienza diretta, evitando di cercare nell’iperuranio le idee che spesso si usano solo per stupire.
Entriamo in argomento. Se Sant’Andrea di Conza fosse stata nominata Capitale della Cultura per il 2027, avrebbe avuto diritto ad una premialità di un milione di euro.
Ovviamente, si dirà, che al di là del denaro, si sarebbe goduti – l’intera area dell’Alta Irpinia – di una notorietà nazionale che avrebbe indotto ricadute di ogni tipo e natura, da quelle economiche a quelle sociali, dal potenziamento dei servizi alla formazione di nuove professionalità.
Ovviamente, una simile affermazione non può essere falsificata in nessun modo, ma visto che l’attribuzione del titolo non è avvenuta, che facciamo? Protestiamo contro il destino cinico e baro mentre tutta la programmazione resta nel cassetto?
Io credo, al contrario, che bisogna ripartire da qui, non fosse altro perché i bisogni che si credeva di soddisfare con l’investitura sono tutti ancora presenti, ed anzi incalzano ancora con più prevalenza!
Ed ecco la mia proposta: considerato che l’Area Pilota è formata da 25 comuni, con 20.000 euro ciascuno si avrebbero 500.000 euro a disposizione per realizzare il grosso delle iniziative previste proprio per rivitalizzare i nostri centri smagriti nei mesi più tristi, da ottobre ad aprile.
In pratica, per 7 mesi si potrebbero organizzare iniziative con la disponibilità di una media mensile di circa 70 mila euro: la mia esperienza nel settore mi dice che coinvolgendo le risorse umane, e soprattutto le scuole superiori nel loro insieme, si potrebbe assistere ad un bel salto di qualità, e che si offrirebbe non solo ai cittadini residenti, ma anche a quelli dei centri limitrofi tante occasioni di incontro, confronto, giovialità e comunità.
Ricordiamo, a chi ignora le nostre zone, che l’Alta Valle del Sele dista solo pochi Km, che l’Ufita è confinante, che l’area Vulture Melfese è contigua e condivide il bacino dell’Ofanto, che la stessa città di Avellino può facilmente raggiungere i nostri centri, come del resto già avviene con le sagre autunnali e le piste di Laceno.
Ovviamente, rimangono da risolvere la grande questione dei contenuti e la struttura organizzativa: quest’ultima, spesso sottovalutata, è responsabile del successo o del naufragio (Agrigento insegna!)
Ed ecco che, facendo appello alle mie pregresse esperienze sul campo, credo sia fondamentale che i 25 comuni diano vita ad una Commissione cultura intercomunale con un paio di rappresentanti ciascuno, in maniera tale da creare un gruppo di lavoro di 50 persone, che poi si potranno organizzare in sottoinsiemi, ciascuno specializzato per settore di interesse.
Il compito da svolgere è quello di produrre un cronogramma dettagliato di eventi, da distribuire, con sapienza, tra tutti i 25 Comuni, spalmati in periodi diversi.
Si dirà che c’è molta velleità in questa proposta: vorrei ricordare che quando ero vicesindaco di Sant’Andrea costituimmo a livello comunale tale Commissione, grazie alla quale si svolsero iniziative di diversi generi (purtroppo, in seguito fu mai utilizzata dalle successive amministrazioni, l’attuale compresa!), e che nel 1979 l’allora amministrazione comunale di Sant’Andrea riuscì a mettere insieme ben 5 Comuni, distribuendo oltre 30 spettacoli di varia natura dal 20 luglio al 20 agosto, con tanto teatro, da Bruno Cirino al Piccolo di Milano al teatro dei Mutamenti, i rappresentanti maggiori del jazz di allora Gaslini, Trio Liguori e Mario Schiano, e addirittura Peppe Barra, Pino Daniele e Gino Paoli!
Ovviamente, il ruolo della Commissione non può essere deliberativo, bensì tecnico scientifico; il suo lavoro deve necessariamente creare quanto più consenso e soprattutto dovrebbe ascoltare ed assumere le proposte delle associazioni e di tutti i portatori di interesse che vivono ed operano nel territorio: credo che sia facilmente intuibile come una simile strutturazione potrebbe rappresentare anche un forte antidoto alla caduta di partecipazione democratica che caratterizza i nostri tempi.
Per concludere, mi preme ribadire che il bisogno di una più ricca qualità della vita resta intatta se non addirittura più pressante in tutti i 25 comuni dell’Area Pilota; che ci sono mesi – da ottobre ad aprile – in cui vivere nei nostri paesi è come essere in letargo, mentre nei mesi caldi c’è fin troppa offerta, spesso caotica; che se si vuole parlare di Città dell’Alta Irpinia, bisogna immaginare una più puntuale caratterizzazione delle sub aree, immaginandole come tanti quartieri; che bisogna diversificare le offerte culturali in maniera tale da creare una circolarità degli spettatori nei diversi paesi.
Se a queste considerazioni aggiungiamo il protagonismo dei giovani rimasti, per cui gli eventi non vengono calati dall’alto, bensì nascono nel seno del confronto tra pari, allora, forse, anche la discussione sulla Capitale della Cultura non sarà stata vana, altrimenti resterà nient’altro che un altro capriccio di qualcuno che ha voluto costruirsi un monumento, dimenticando che questi, solitamente, sono edificati ai caduti!