Terremoto, 40 anni dopo. Repole: non so perché mi scelsero. Cosa ricordo? Il senso di comunità – IL CIRIACO

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«Ancora oggi non so dire perché sotto quella tenda scelsero me, ma posso dire che fare il sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi in mezzo alle macerie, resterà un’esperienza unica. Ogni storia ha luci ed ombre, ma il problema non fu la ricostruzione in sé quanto il mancato ragionamento sul modello di sviluppo dell’Irpinia». Rosanna Repole, attualmente consigliera provinciale, racconta i suoi primi passi da sindaco di Sant’Angelo dei Lombardi nel novembre del 1980. La prima volta alla guida del comune altirpino che l’ha vista sindaco fino al ’90, e poi dal ‘95 al ’99 e l’ultima volta dal 2013 al 2018.

 Cosa ricorda di quella sera del 23 novembre?

«Mi salvai per puro caso. Se fossi rimasta a casa mia, sarei morta. Invece, dopo aver peregrinato per tutto il pomeriggio, ero andata ad accompagnare una persona dal Vescovo quando ci fu la scossa. Ho capito subito che si trattava del terremoto, anche se non ne percepivo la dimensione, perché avevo memoria ed esperienza del sisma del Friuli. Ci siamo trovati sotto libri e calcinacci caduti, una volta fuori siamo passati sotto il campanile che, dopo pochissimi secondi, è venuto giù. Siamo scappati dall’episcopio e subito dietro di noi fuggirono un prete insieme ai ragazzi seminaristi che era riuscito a portare in salvo. Da lì partì un vero e proprio viaggio nell’Inferno. Bastò poco per comprendere l’entità del disastro. C’erano solo case cadute, persone che urlavano, e poi quei lamenti da sotto le macerie. E già la sera qualcuno cominciava a muoversi con le ruspe e i pochi attrezzi a disposizione per cercare di salvare i sepolti vivi».

Lei era un’insegnante di lettere di trent’anni e ricopriva il ruolo di assessore comunale all’istruzione. Come si arrivò alla sua elezione a sindaco in quella situazione?  

«Fino al maggio dell’80 io lavoravo a Vittorio Veneto, poi tornai a Sant’Angelo con l’idea di continuare ad insegnare e divenni assessore. Sant’Angelo si è ritrovata a contare tra i morti tantissimi giovani, che a quell’ora di domenica erano riuniti per vedere la partita di calcio in Tv o ai bar per passare qualche ora insieme, ma anche il sindaco (Guglielmo Castellano), il parroco e il Comandante dei Carabinieri. Era un paese che nel suo momento di maggiore emergenza si ritrovò senza le sue figure guida. Un paese decapitato due volte.  Il martedì riunimmo il consiglio comunale, una riunione che vista con gli occhi di oggi fu praticamente fuori da ogni regola.  C’erano consiglieri che rispondevano presente mentre erano sulle ruspe a scavare tra le macerie per tirare fuori i corpi, il segretario che aveva una piccola borsa in cui raccoglieva documenti e un foglio di carta voltante per annotare il verbale. Sono stata eletta sindaco, ma ancora oggi non so dire perché scelsero proprio me. Forse perché ero una donna, o perché non avevo avuto lutti diretti, o perché avevo alle spalle una serie di relazioni che potevano aiutare nel momento dell’emergenza. Ma l’emergenza la affrontammo tutti insieme, maggioranza e minoranza, Dc e Pci, con grande responsabilità e solidarietà, tutti insieme guidammo il percorso per uscire dalla catastrofe».

Quale fu il suo primo atto da sindaco?

«Tanti certificati di morte, purtroppo. E poi ordinanze per tutelare l’incolumità pubblica e la salute dei cittadini. Erano le uniche cose che si potevano fare in quel momento. Un’esperienza indimenticabile perché legata al dolore, al lutto, alla tragedia, ma fu il momento della grande solidarietà dei santangiolesi e degli italiani che risposero in massa al richiamo del Presidente Pertini. Il terremoto dell’Irpinia ha messo in luce la capacità del Paese di mobilitarsi: ci fu un volontariato istituzionale, mi riferisco ai gemellaggi delle regioni, delle province, dei comuni, degli enti religiosi, dei sindacati, ma anche spontaneo di tanti gruppi autorganizzati che arrivarono ad aiutarci. Questo portò ad un senso di partecipazione delle nostre comunità, nacquero i comitati civici, ricordo assemblee popolari anche dure in alcuni momenti, ma che servivano a rendere il cittadino partecipe del suo destino. Uniti nel vincolo del dolore e della tragedia, ma anche nella volontà di riprendersi. Una carica umana importante che purtroppo negli anni si è persa. Condivido perfettamente quanto dichiarato a Il Ciriaco dal vicesindaco di Palomonte (leggi qui l’intervista a Simone Valitutto): io che ho vissuto sulla mia pelle quei momenti drammatici, posso testimoniare che se quel senso di comunità fosse attuale forse le difficoltà di oggi sarebbero affrontabili certamente con uno spirito diverso».

Lei è stata sindaco di Sant’Angelo in tre periodi storici assolutamente diversi tra di loro. Come è cambiato il Paese nel corso degli anni?

«Sono state tutte esperienze diverse, tutte importanti che hanno segnato la mia vita e la mia esperienza amministrativa, anche nelle difficoltà, sempre improntata alla relazione con il cittadino che va ascoltato sempre, anche quando contesta. Ma l’esperienza più forte, più ricca di carica umana e di solidarietà, è stata senza ombra di dubbio la prima».

Qual è il momento in cui Sant’Angelo ha potuto considerare finita l’emergenza?

«Dal punto di vista della ricostruzione in sé, il paese è venuto fuori dall’emergenza relativamente in fretta. Case, ospedale, uffici pubblici sono stati ricostruiti abbastanza celermente finché c’è stata la certezza dei finanziamenti. I problemi di oggi, spopolamento, desertificazione, sono nuovi ma aggravati certamente da errori del passato. Sant’Angelo, come l’Irpinia, come il mondo intero, è cambiato. Bisogna essere seri: il post sisma non va né osannato né denigrato tout court. E’ un momento che ha luci ed ombre. Personalmente, come mi ha insegnato Zamberletti, ho sempre dato grande fiducia all’operato di sindaci e amministratori che hanno lavorato tanto, pur riconoscendo che c’è stato pure chi ha sbagliato. La mancanza principale c’è stata sulla grande sfida dell’epoca, quella dello sviluppo.  Sulle aree industriali qualcosa ad un certo punto si è inceppata. Quelle però non furono decisioni del territorio, ma di Roma. Sul modello di sviluppo le cose non sono andate come dovevano andare, o come ci aspettavamo che andassero. Abbiamo avuto delle aziende come la Ferrero che sono importanti e che ancora oggi restano sul territorio dando lavoro e solidità a tante persone, ma ci sono state anche quelle che non hanno funzionato.  Ora, come tutte le comunità delle zone interne, possiamo avere una chance. L’emergenza Covid va letta con intelligenza, può rappresentare un’opportunità per riequilibrare le zone piene e le zone come le nostre».

Che giudizio dà, complessivamente, della classe dirigente irpina che gestì il dopo terremoto?

«Sarei disonesta intellettualmente se non dicessi che mi sono riconosciuta in quella classe dirigente, so che si è lavorato tanto e c’è stato l’impegno a portare sul territorio una serie di valori.  Sono tra coloro che ritengono che la legge 219 ci diede grandi opportunità. Quando si agisce, si può sbagliare certamente. Ma non posso e non voglio rinnegare la mia storia politica».

Nella foto Repole con Giuseppe Zamberletti commissario del Governo per il terremoto in Irpinia, in occasione dell’inaugurazione dei primi prefabbricati nel 1981. Con loro l’allora deputato Gerardo Bianco e il senatore Salverino De Vito.



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